Burning Man Festival: la magia del fuoco e delle installazioni riciclate nel deserto

Un esperimento artistico, sociale e radicale in cui tutti sono coinvolti

Burning Man Festival: la magia del fuoco e delle installazioni riciclate nel deserto

La piromanzia è un’antica arte divinatoria che si basa sull’interpretazione del comportamento del fuoco e sull’osservazione dei colori che la fiamma assume durante la combustione. Nel deserto del Nevada da da oltre 20 anni si tiene un festival dove si celebra la magia del fuoco dando letteralmente alle fiamme installazioni riciclate realizzate appositamente per il Burning Man.

Bruciare oggetti è sempre stato visto come un allontanamento da un periodo particolarmente difficoltoso e un invito al periodo successivo ricco di prosperità.

Il “focolare” acceso bruciava tutto ciò che era ritenuto inutile, allontanava la negatività e, allo stesso tempo, era capace di unire le persone intorno a sé: il fuoco diventa simbolo di protezione della famiglia e il camino diviene il suo luogo sacro. Il fuoco risultava anche il passaggio inevitabile dalla vita alla morte, unico modo di unire per un tempo limitato i due mondi, mettendo in comunicazione le persone con i loro defunti.

Il Burning Man è un festival nato nel 1991 che si svolge a Black Rock City, a nord di Reno, nel bel mezzo del deserto del Nevada e dura poco più di una settimana, tra fine agosto e gli inizi settembre. Gli organizzatori dell’evento e gli stessi fondatori non lo considerano un evento mondano ma un esperimento artistico, sociale e radicale fine a se stesso, in cui tutti sono coinvolti. Le persone si riuniscono a Black Rock portandosi tutta l’attrezzatura necessaria alla propria sopravvivenza, come tende da campeggio, generatori elettrici, cibo, acqua e i vestiti adatti al clima del luogo, che prevede giornate caldissime, notti freddissime e tempeste di sabbia. Ogni partecipante è libero di organizzare installazioni artistiche di ogni tipo, spettacoli musicali o teatrali, workshop e giochi: ogni esibizione al quale si assiste è fatta da personaggi non famosi e niente viene pubblicizzato. Le uniche forme di scambio possibili sono il baratto e il dono: il denaro serve solamente all’acquisto del biglietto d’ingresso e a comprare ghiaccio e caffè, uniche cose in vendita. L’uso di macchine fotografiche a scopi commerciali è limitato e il cellulare non prende perché non c’è campo, per cui le persone sono necessariamente “costrette” ad interagire solo tra di loro e con le forme di arte sparse per il luogo. Indispensabile: arrivare in macchina oppure portarsi dietro una bicicletta, uno skateboard o un qualsiasi altro mezzo che possa agevolare gli spostamenti per la playa!

La nascita del festival del Burning Man

Uno dei fondatori era solito da giovane organizzare un falò con gli amici per il solstizio d’estate: da qui nasce il nome dell’evento e l’usanza di bruciare un uomo di legno a conclusione del festival. Come succedeva durante gli antichi carnevali o durante particolari riti esoterici di allontanamento della sfortuna. In generale, tutta l’area adibita al festival è cosparsa di falò attorno ai quali riunirsi. L’ultimo giorno del Burning Man è dedicato a far scomparire e a bruciare tutte le installazioni e a pulire la playa: i materiali per le opere artistiche devono essere riciclati, le installazioni sostenibili e facilmente smontabili e smaltibili. Una delle regole fondamentali del festival è relativa all’organizzazione preventiva dei rifiuti e alle modalità del loro smaltimento.

Ogni partecipante deve stare ben attento agli oggetti che si porta dietro e ai materiali di cui sono fatti, sapendo che l’organizzazione e lo smaltimento dei rifiuti è a suo carico e soprattutto sapendo che la zona è ricca di focolari. Vicino al Black Rock, non lontano dalla zona camping, è presente solo il raccoglitore di materiali di latta.

Dopo il Burning Man, a Black Rock, tutto torna come prima. Come se nessuno fosse passato di lì, fermandosi per quasi 10 giorni, tra musica, danza e arte.

David Best: lo scultore del riciclo e i suoi templi

David Best è uno scultore idealista americano conosciuto in tutto il mondo per le sue sculture fatte di materiali riciclabili. I suoi lavori, in realtà, sono “edifici scultorei”, cioè delle installazioni che interagiscono direttamente con le persone mettendole nella condizione di “vivere l’oggetto e provare emozioni”, non come comuni osservatori.

Le sue prime opere sono state realizzate assemblando pezzi di vecchi veicoli e cianfrusaglie varie trovati nelle discariche e nei cassonetti dei rifiuti.

A settembre, per il London’s Burning Festival, in ricordo dell’incendio del 1666 durato 4 giorni, David è stato incaricato di costruire un memoriale che ricordasse il tragico evento, che ha portato alla distruzione di milioni di abitazioni. Lo scultore ha realizzato un’installazione di legno in larga scala dello skyline della città di Londra all’epoca dell’incendio, poi posizionata su una piattaforma nel Tamigi e fatta bruciare.

Nel 2000 ha avviato con gli organizzatori del Burning Man una collaborazione, finanziata dagli stessi, per la realizzazione di templi commemorativi fatti di materiali sostenibili. La collaborazione, salvo una breve interruzione, è stata continuativa e David è diventato simbolo dell’arte al Burning Man.

Il suo primo santuario è stato il “Temple of the Mind (Tempio della mente) con struttura di listelli di legno riciclato rivestita di pannelli di cartone perforato. Il santuario è diventato il commemorale di un componente della crew del festival, morto durante il viaggio in moto per arrivare a Black Rock. Il tragico evento ha contribuito a far assumere all’installazione il ruolo di luogo di preghiera e di ritrovo: chiunque approdasse al Tempio della mente vi lasciava oggetti personali in ricordo di cari perduti. A conclusione del festival, il santuario è stato fatto bruciare, come vuole la tradizione del Burning Man. L’installazione, come quelle successive, è stata concepita da David con l’aiuto di geologi che tenevano monitorato il suolo della playa del festival, assicurandosi che l’incendio dell’ultimo giorno non creasse danni al suolo arido e secco.

L’anno successivo, è stato eretto il “Temple of Tears” (Tempio delle lacrime), uno ziggurat di 3 piani a gradoni, fatto di listelli e pannelli traforati di legno. A differenza del primo tempio, questo è stato, fin da subito, volutamente dedicato ai defunti. All’ingresso, ai visitatori veniva lasciato un pannellino di legno sul quale potevano scrivere il nome della persona persa oppure qualsiasi nome che provocasse loro dolore: il blocchetto veniva lasciato all’interno della struttura o incastrato in essa, prima dell’uscita dal mausoleo.

Nel 2002, è stato il turno del “Temple of the joy” (Tempio della gioia), un enorme mausoleo a 2 piani con struttura in legno e materiali riciclati, rivestita di pannelli finemente intagliati. Al suo interno, oltre alle scale per accedere al piano superiore e alle tante coperture, che sovrastavano l’ambiente principale, si potevano trovare altari, specchi e vetri colorati appesi. Il tempio è stato creato assemblando blocchetti intagliati da volontari provenienti da tutto il mondo, su disegni commissionati dallo stesso Best. Le persone si riunivano in quel luogo incantato per pensare a tutto ciò che di bello avevano ricevuto durante la loro vita e per scrivere i propri pensieri sugli elementi in legno che componevano l’installazione. I giochi di luce, creati dal sole che entrava nel mausoleo dai trafori dei pannelli, aumentava il senso di misticità di quello spazio spettacolare.

Nel 2003, ha creato l’esotico “Temple of the Honor” (Tempio dell’onore) con una struttura di legno e cartone sul quale sono stati applicati fogli rigidi bianchi e neri ritagliati: l’installazione era ben saldata al suolo da dei cavi in tensione che la sorreggevano. Il tempio era dedicato alla famiglia, ai padri, alle comunità e a chi doveva superare un disonore. Differisce dai precedenti per l’assenza non solo di elementi incisi sulle pareti dell’installazione, ma anche di uno spazio centrale coperto in cui incontrarsi e soffermarsi, al riparo.

Nel 2004, è stata la volta del “Temple of the Stars” (Tempio delle stelle), struttura completamente di legno e paglia dai dettagli orientaleggianti con, a differenza dei precedenti, sviluppo prevalentemente orizzontale. Il corpo centrale si sviluppava su due piani circondati da percorsi di meditazione e giardini prefabbricati. Al piano superiore si accedeva attraverso due passerelle, ad andamento irregolare, sorrette da sostegni piramidali rovesciati, fatti di elementi in legno e profilati in acciaio intrecciati. In corrispondenza di questi “pilastri”, al di sopra della passerella, vi erano dei totem lignei che, in miniatura, riprendevano le fattezze degli obelischi che circondavano il tempio, a terra.

David Best ha interrotto l’attività per il Burning Man per circa 3 anni, per portare a termine dei lavori personali dello stesso genere.

È ritornato al festival, nel 2007,con il “Temple of forgiveness” (Tempio del perdono), un obelisco completamente aperto in cui incontrarsi per chiedere perdono a qualcuno. Il tempio è composto da elementi di legno e paglia intrecciati e decorazioni di fogli sovrapposti, sempre di legno. Quest’installazione, rispetto alle precedenti, ha delle linee decisamente più moderne e l’unico spazio di ritrovo è l’ambiente al piano terra semi aperto. Al di sopra di questo spazio si erge una struttura wireframe a doppia altezza sormontata da travi curve. La formula trave/pilastro e l’equilibrio dei moduli utilizzati è ben leggibile da ogni punto di vista.

Dal 2008 al 2016, David Best ha interrotto parecchie volte la sua collaborazione con il Burning Man ed è stato sostituito da gruppi di artisti che, ogni anno, si riunivano per creare insieme i templi del festival. I progetti, in sua assenza, andavano da mausolei fatti di oggetti recuperati dai cassonetti e da detriti, a strutture di policarbonato, a sistemi di elementi in legno incastrati.

Nel 2012, Best è tornato in auge al Burning Man con il “Temple of Juno” (Tempio di Giunone). Dopo quasi 4 anni, si è ritrovato il tempio tipico e tradizionale del festival: un ambiente a pianta centrale in legno riciclato, a più piani, limitato a terra da delle pareti finemente traforate e circondato da giardini artificiali. L’edificio centrale, a 3 piani, era circondato da un portico e sormontato da una copertura, che ricordavano molto i mausolei giapponesi. Un giardino ricco di totem e sculture in legno separava l’edificio principale da un recinto a metà tra lo stile far west e quello giapponese: l’accesso all’area era garantito da ingressi sormontati da timpani dalle linee morbide.

Nel 2014, ha creato il “Temple of Grace” (Tempio della grazia), quasi a forma di campana, unica struttura fatta da Best in cui due materiali ben diversi, legno e acciaio, si intrecciavano ed erano ben visibili tra loro. Anche in questo caso il tempio era composto da un unico ambiente a pianta centrale, a 2 piani e rivestito di fogli di legno completamente traforati. I due ambienti principali contenevano 8 altari ed erano sormontati da una pagoda inaccessibile. All’esterno un ampio giardino, cosparso di sculture e falò, separava il luogo di meditazione da una recinzione contrassegnata da ampie arcate d’ingresso paraboliche.

Quest’anno Best ha deciso che il suo tempio non doveva avere un nome: nessuna assegnazione, nessun simbolo emotivo da rappresentare. Ogni visitatore poteva decidere liberamente a cosa pensare e a quale sensazione affidarsi. Ha racchiuso in un unico edificio tutte le caratteristiche-tipo dei templi fatti in passato: grande ambiente centrale in cui riunirsi, portico esterno di transizione, copertura a pagoda e obelisco piramidale finale, giardino esterno artificiale e recinzione massiccia contrassegnata da totem. Ovviamente tutto sempre di legno riciclato e cartone. La particolarità di questo tempio è che alcuni elementi, già visti nelle installazioni passate, assumono ruoli e dimensioni più imponenti. La pagodina lunga e snella, che in genere sormontava i templi, è diventata una vera e propria pagoda che per forma e dimensione risulta essere in equilibrio con l’ambiente che sovrasta. La recinzione è stata trattata come il tempio stesso perché composta da oggetti veri e propri di legno accostati, che potrebbero vivere anche separatamente. Nel giardino è stata data priorità alle sculture come obelisco, le cui forme ricordavano vagamente i templi precedenti. E come un vero tempio greco, oppure come una locanda del far west, l’ambiente centrale è circondato da un ampio portico, la cui composizione strutturale è ben leggibile fino dall’esterno del giardino.

E come tutti gli altri templi, anche questo è stato fatto bruciare a conclusione del festival.


fonte:

www.architetturaecosostenibile.it/green-life/curiosita-ecosostenibili/festival-burning-man-magia-fuoco-842/